Gli anglosassoni li chiamano Randomized Controlled Trials (RCTs). La traduzione in italiano può essere “studi randomizzati con gruppo di controllo” o, più brevemente, studi randomizzati. Esistono però alcuni sinonimi, di frequente utilizzo, che indicano più o meno la stessa cosa. Tra gli altri: “sperimentazione controllata”, “esperimenti sociali” e “valutazione sperimentale”. Di cosa si tratta esattamente?

L’idea di fondo è molto semplice: prima di adottare una politica pubblica su larga scala, può essere utile dar vita ad un progetto pilota – un RCT appunto – su un gruppo limitato di soggetti al fine di verificarne gli effetti. Con la realizzazione del progetto pilota si vuol capire se e in che misura l’intervento riesce davvero a fare la differenza, in quali contesti e su quali categorie di persone funziona di più e se ci sono effetti collaterali indesiderati.

Come si può intuire dal nome, il tratto distintivo di questo approccio sta nella selezione randomizzata di chi sarà sottoposto alla politica e di chi ne sarà escluso. In pratica si costruiscono per sorteggio due gruppi, il primo formato da “trattati”, il secondo da “non trattati”.

Il processo di randomizzazione – se viene condotto seguendo precise regole – permette di comporre due gruppi che presentano in media caratteristiche simili e pone le basi per effettuare un confronto a parità di condizioni. In gergo si dice che i due gruppi così formati sono “statisticamente equivalenti”, cioè hanno al loro interno la stessa distribuzione di tutte le caratteristiche, osservabili e non osservabili, in possesso dei loro componenti. Stabilita questa equivalenza, il gruppo escluso dal trattamento, detto “di controllo”, consente di ricostruire che cosa sarebbe accaduto al primo gruppo, detto “sperimentale”, se questo non avesse ricevuto il trattamento.

Questa è una pratica ormai consolidata in ambito clinico, dove abitualmente prima di collocare un farmaco sul mercato – o di raccomandare un particolare protocollo terapeutico – si provvede ad osservarne le conseguenze sullo stato di salute di un gruppo di pazienti scelti per estrazione casuale. La conduzione del primo esperimento clinico nella storia è attribuita al dott. James Lind, medico della marina reale inglese, che nel 1747 usò questa tecnica per verificare gli effetti di arance e limoni (vitamina C) nella lotta contro lo scorbuto. Per farlo divise i suoi pazienti, marinai di Sua Maestà britannica malati di scorbuto, in diversi gruppi ai quali somministrò rimedi differenti.

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e oggi i trial clinici sono il principale strumento di riferimento per la medicina basata sull’evidenza (evidence based medicine). Per intendersi – e restare su temi di urgente attualità – è lo stesso metodo che viene usato per testare l’efficacia dei vaccini.

Nella valutazione delle politiche pubbliche l’impiego degli studi randomizzati è assai più recente, ma negli ultimi tempi sono stati fatti passi avanti enormi. Il riconoscimento più importante della rilevanza scientifica di questa pratica nel disegno delle politiche sociali ed economiche è giunto nel 2019 con l’assegnazione del Premio Nobel per l’Economia a Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer. Tre economisti da anni impegnati nella costruzione, mediante esperimenti, di misure efficaci per prevenire e contrastare la povertà nel mondo.

Marco Sisti