Qualche settimana fa è uscito un libro, edito dal Mulino, che ci sentiamo di consigliare. Il titolo del volume è un’esortazione – Evidence Based Policy! – rivolta innanzitutto ai policy makers, come chiariscono fin dalle battute iniziali i curatori, Guido de Blasio, Antonio Nicita e Fabio Pammolli.
“(Questa esortazione) suggerisce come, al fine di disegnare ricette utili ai cittadini, occorrerebbe impegnarsi a disegnare le politiche sulla base delle evidenze empiriche di cui si dispone e, ove necessario, a correggerle sulla base dell’analisi degli effetti che esse producono. Il contributo dell’analisi empirica è inoltre fondamentale non solo per valutare le teorie che applichiamo, ma anche per elaborarne di nuove, per aggiornare le nostre conoscenze o, se si vuole, per comprendere quanto ancora non sappiamo di fenomeni complessi.”
L’esortazione e i contenuti di questo libro non sono però diretti solo a chi ha la responsabilità istituzionale di prendere decisioni per la collettività. La platea dei lettori potenziali è molto più ampia e comprende tutte le persone che hanno voglia di andare un po’ più a fondo nella comprensione delle politiche pubbliche e di non limitarsi a quanto viene raccontato nei quotidiani e nei talk show televisivi. Dove spesso le considerazioni formulate sull’efficacia delle politiche sono basate più sulla ricerca del consenso e sulla contrapposizione tra le parti che su un’analisi rigorosa (e serena) dei dati a disposizione.
Questo libro nasce dunque con un obiettivo preciso, molto simile a quello che ha ispirato la messa on line del nostro blog. Sebbene le due iniziative abbiano visto la luce negli stessi giorni solo per puro caso, esse condividono il riferimento allo stesso approccio metodologico – l’analisi controfattuale – e il medesimo intento divulgativo. Del resto alcuni degli autori del libro fanno parte del comitato promotore di studi randomizzati. E questo, invece, non è affatto un caso.
Struttura del volume
Il volume è composto da dieci capitoli, oltre l’introduzione, dedicati ognuno ad uno specifico ambito di policy: (1) istruzione, (2) sanità e salute, (3) trasporti, (4) rapporti tra politici ed elettori, (5) mercato del lavoro e welfare, (6) imprese, (7) divari territoriali, (8) differenze di genere, (9) immigrazione e (10) ambiente. Ogni capitolo ha il pregio di non dare nulla per scontato e di usare un linguaggio fluido e accessibile, che aiuta il lettore non esperto del tema a non perdersi tra i vari argomenti affrontati.
Rinviamo a future interviste con i curatori del libro e con gli autori dei singoli capitoli l’approfondimento sui contenuti. Qui ci interessa mettere in rilievo solo due questioni importanti per chi segue il nostro blog.
Non solo studi randomizzati. Anzi meno di quel che ci si aspetta!
La prima questione riguarda il fatto che nel libro non si trovano soltanto evidenze sulle politiche prodotte da esperimenti con gruppo di controllo randomizzato. Ciò non deve stupire: esistono diverse strategie di ricerca utili a produrre un’evidenza robusta sulle politiche. Però qui è bene rimarcare il punto, considerato che unicamente al tema degli esperimenti abbiamo dedicato, in modo un po’ ossessivo, il nostro blog.
A dire il vero, nel libro, i riferimenti agli studi randomizzati non sono neppure prevalenti e quelli che ci sono riguardano perlopiù esperimenti condotti all’estero.
Ad esempio, Scoppa e De Paola, nel capitolo sull’istruzione, descrivono il famoso programma STAR (Student-Teacher Achievement Ratio), realizzato in Tennessee (USA) negli anni Ottanta per capire gli effetti della dimensione delle classi sulle competenze acquisite dagli alunni delle scuole primarie. Si apprende di più in classi piccole, con massimo 17 alunni, in classi normali, 22-25 alunni, o in classi normali con insegnanti di supporto? Per rispondere a questa domanda è stato condotto uno studio randomizzato che ha coinvolto circa 11.600 studenti.
Nel capitolo sulle politiche sanitarie Carrieri, Pammolli e Principe citano un altro celeberrimo (e anche molto criticato) studio statunitense, il Rand Health Insurance Experiment, condotto tra il 1971 e il 1986. L’intento era capire in che misura variano i consumi dei servizi sanitari in base al prezzo fatto pagare ai pazienti e quali sono gli effetti dei diversi piani di pagamento sulla salute dei cittadini. Per realizzare lo studio circa 5800 persone sono state assegnate in modo casuale a quattro gruppi che differivano in termini di partecipazione ai costi delle prestazioni sanitarie.
Barone, nel capitolo su politici ed elettori, ci parla di uno studio condotto nel 2018 – tanto per cambiare negli Stati Uniti – al fine di verificare gli effetti dell’esposizione ai social network sulle convinzioni politiche. Alcuni utilizzatori di Facebook sono stati esclusi in modo casuale dalla piattaforma social per le 4 settimane precedenti il voto di metà mandato – con il quale si eleggono tutti i Deputati e un terzo dei Senatori – mentre altri hanno continuato ad avere accesso al social network. Quali differenze si notano tra i due gruppi in termini di polarizzazione politica?
Lasciamo ai lettori del volume il piacere di scoprire quali sono gli esiti di questi tre studi randomizzati e degli altri raccontati nel libro. Qui ci preme sottolineare che quasi tutta l’evidenza riguardante l’Italia e citata nel volume deriva da studi non sperimentali o, al limite, da “esperimenti naturali”. Crediamo che questo dipenda soprattutto da un motivo: come abbiamo scritto in altri post, nel nostro Paese si è investito poco sulla sperimentazione controllata. Talmente poco che in un libro di circa 200 pagine, che si concentra sull’evidence based policy utile a migliorare l’Italia, come spiega il sottotitolo, gli esperimenti randomizzati italiani ricordati dagli autori si contano sulle dita di una mano. Forse di due, ma non ci giureremmo.
Il problema della disponibilità dei dati
La seconda questione che vogliamo sottolineare è ancora più seria. Esiste un tema richiamato dagli autori di tutti i capitoli: il problema dell’accesso ai dati di livello micro, ovvero relativi alle singole unità osservate.
Come scrivono i curatori del volume: “Le analisi controfattuali sono la chiave di volta per innalzare la qualità delle politiche pubbliche. Quelle analisi però non possono essere svolte se i ricercatori non hanno acceso ai dati attraverso cui confrontare trattati e controlli. È un tema che nel nostro Paese si pone allo stesso tempo con connotati drammatici e paradossali. Drammatici perché… il gap con le possibilità di accesso agli archivi statistici di altri paesi è impressionante. Paradossali perché in tanti ambiti la pubblica amministrazione già possiede le informazioni necessarie ai ricercatori, ma non ne viene autorizzato l’utilizzo. Un modo intelligente – tra gli altri – per spendere le risorse europee di cui beneficeremo è quello di utilizzarle anche per superare questa difficoltà.”
Oh, sia chiaro: non si tratta di un pallino da ricercatori sociali! La possibilità (o meno) di avere accesso a micro dati e di utilizzarli in modo mirato – anche nella gestione pratica delle politiche – produce una ricaduta molto concreta sulla vita dei cittadini e sul loro benessere. Basta osservare cosa è accaduto in questi mesi di emergenza sanitaria e cosa non siamo riusciti a fare perché non siamo stati capaci di mettere insieme tutte le informazioni, a livello individuale, che servivano. Come spiegano gli autori del capitolo sulle politiche sanitarie: “La carenza di un sistema di dati dettagliati su salute e sanità è stata particolarmente evidente durante la recente epidemia da COVID-19: in Italia il flusso di dati su contagi, ricoveri e mortalità è stato infatti molto farraginoso e con notevoli buchi informativi.“. Occorre aggiungere altro? Forse sì. Diamoci da fare per risolvere questo problema, perché siamo in terribile ritardo.
Buona lettura!