La disabilità ha ricadute negative anche sul lavoro. Vale a maggior ragione per i disabili psichici, il cui tasso di occupazione è la metà di quello degli altri disabili. Alle difficoltà nel trovare e svolgere un lavoro si aggiunge per i disabili psichici un’ulteriore barriera: lo stigma, cioè l’atteggiamento diffidente di datori e colleghi nei confronti di soggetti ritenuti poco controllabili e poco affidabili. La difficoltà di accesso al lavoro può inoltre alimentare la percezione di rifiuto, portando a interiorizzare lo stigma e a isolarsi. Dall’altro lato il lavoro può essere esso stesso terapia, favorendo senso di realizzazione e inclusione sociale. Ma come aumentare l’occupazione dei disabili psichici?

Le possibili soluzioni
Le politiche attive per i disabili psichici possono guardare al problema da due diversi punti di vista: quello del “disoccupato” (che deve lavorare) e quello del “paziente” (che deve essere assistito, sostenuto e accompagnato). Questa dicotomia individua due forme di intervento, che possono essere più focalizzate sul primo aspetto o sul secondo. Numerose valutazioni, condotte in larga misura negli Stati Uniti, hanno mostrato una discreta (e maggiore) efficacia del primo approccio nell’aumentare l’occupazione. Esso mira, dopo una breve preparazione personalizzata e curata da un job coach, all’inserimento rapido nel mercato competitivo (in opposizione al secondo che prevede l’inserimento prolungato in laboratori di lavoro protetto). L’evidenza sugli effetti di questa strategia, nota come supported employment, si accompagna tuttavia ad una cautela: se i risultati vengono spesso e volentieri dagli USA, prima di generalizzarli, è il caso di estendere la sperimentazione ad altri contesti (Bond et al., 2012).

Esempi dall’Italia: due sperimentazioni
Negli ultimi anni il supported employment è stato oggetto di sperimentazione in Italia, una prima volta in Lombardia, con il progetto Lavoro&Psiche (Martini et al., 2017), una seconda volta in Piemonte con il progetto TSUNAMI (Battiloro et al., 2021). In entrambi i casi la valutazione è stata condotta con metodo sperimentale. Nel primo caso, circa 300 disoccupati con disabilità psichica in carico ad alcuni centri di salute mentale lombardi sono stati assegnati (metà e metà) a un gruppo sperimentale o a quello di controllo. Nel caso piemontese, il target era composto da (quasi 1.600) disabili psichici disoccupati e iscritti ai centri per l’impiego, “randomizzati” sulla base del territorio di residenza.

Oltre alle differenze nei criteri di individuazione e nella numerosità dei beneficiari i due esperimenti presentano alcune differenze nel trattamento, in particolare nella durata (fino a due anni nel caso di Lavoro&Psiche, al massimo 11 mesi nel caso di Tsunami), nel ruolo dei tirocini (strumenti di attivazione opzionali nel caso di Lavoro&Psiche, brevi e obbligatori nel caso di Tsunami), nel ruolo dei servizi che concorrono a preparare/accompagnare la persona (solo in Lavoro&Psiche vengono esplicitamente coinvolti i servizi sanitari).

I (modesti) risultati
Ciò che accomuna i due progetti sono i risultati.

Gli studi mostrano che un intervento ad hoc, costruito in risposta alle esigenze di persone affette da disagio psichico, è in grado di attivare in misura sensibilmente maggiore le esperienze di tirocinio, che spesso sono scarse per questo target. È un risultato positivo, ma il tirocinio non è un vero lavoro, anche se a volte l’esperienza di tirocinio può essere la strada per trovarlo.

In entrambi i casi gli effetti sul lavoro sono invece impalpabili: contenuti e non significativi nel progetto lombardo, nulli in quello piemontese. Scelte piuttosto diverse in termini di selezione dei beneficiari e di modalità di intervento hanno quindi condotto a risultati simili. Cosa può spiegare questi esiti?

Una prima ipotesi riguarda il mercato del lavoro italiano, assai diverso da quello statunitense in termini di rigidità. Una seconda ipotesi è legata al periodo di realizzazione dei due studi, attraversato da una recessione economica che non ha facilitato la creazione di occasioni lavorative, soprattutto per target particolari come questo. Una sperimentazione europea condotta prima della crisi che aveva coinvolto l’Italia (in misura contenuta, con due campioni di 25 persone a Rimini) aveva dato risultati migliori (Burns et al., 2009). A queste ipotesi si aggiungono quelle relative a specifici aspetti strutturali degli interventi testati. I risultati attuali ci dicono più che altro che “così non ha funzionato”, e le ipotesi segnano la via per future valutazioni che, passo dopo passo, portino a identificare le condizioni di successo.

Una scheda sintetica di entrambi gli studi è reperibile sul sito IPSEE: qui per il progetto Lavoro&Psiche e qui per il progetto TSUNAMI.

Luca Mo Costabella

(L’immagine di questo post è tratto dal sito web del progetto Tsunami: http://www.tsunamiproject.info/)

Riferimenti bibliografici:

Battiloro V., Martini A., Mo Costabella L., Nava L. (2021), Supported employment e tirocinio: una formula efficace per l’inserimento lavorativo dei disoccupati con disabilità psichica?, Politiche Sociali, n. 1.

Bond G., Drake R.E., Becker D.R. (2012), Generalizability of the Individual Placement and Support (IPS) model of supported employment outside the US, World Psychiatry, vol. 11.

Burns, T., Catty J., White S., Becker T., Koletsi M., Fioritti A., Røssler W., Tomov T., van Busschbach J., Wiersma D., Lauber C. (2009), The impact of supported employment and working on clinical and social functioning: results of an international study of individual placement and support, Schizophrenia Bulletin, vol. 35, n. 5.

Martini A., Rettore E., Barbetta G. (2017), The impact of traineeships on the mentally ill: the role of partial compliance, IZA Discussion Paper, n. 10582.