I corsi di formazione professionale sono uno strumento utilizzato, ormai da molto tempo, per aiutare le persone senza occupazione a collocarsi sul mercato del lavoro. Solitamente le lezioni si concentrano sull’insegnamento di competenze tecniche, di carattere generale o specifico, necessarie a svolgere la professione oggetto del corso. Si parla in questi casi di “hard skills”. La capacità di usare un programma informatico per la gestione delle buste paga, la conoscenza delle norme che disciplinano la contabilità d’impresa, l’abilità nel preparare tipi diversi di cocktail o nel costruire muri a secco: sono tutti esempi di questo tipo di competenza.

Spesso però alle persone (e alle aziende) servono anche competenze di natura trasversale (soft skills) per riuscire a gestire situazioni lavorative complesse. Con questo termine si fa riferimento a doti non tecniche che possono riguardare capacità relazionali, come il saper lavorare in gruppo o il saper comunicare, e capacità legate ad aspetti motivazionali, come la determinazione, l’autostima o la gestione dello stress. Per questo motivo, ormai da qualche anno, vengono finanziati corsi di formazione che aiutano i partecipanti a migliorare le loro competenze trasversali.

Ma si tratta di competenze che possono essere insegnate? E acquisire tali competenze aiuta a trovare un lavoro?

Per rispondere a queste domande – cioè per capire se investire nella formazione di soft skills convenga davvero, sia alle persone in cerca di lavoro, sia allo Stato che finanzia i corsi – in Israele hanno condotto uno studio randomizzato su un programma di formazione che ha coinvolto 6151 individui. Una sintesi dei risultati è stata pubblicata recentemente su voxeu.org.

La realizzazione dell’esperimento
I partecipanti all’esperimento sono stati selezionati sia dal flusso di persone che presentavano una domanda di sostegno al reddito, a causa di una recente perdita di lavoro, sia dal gruppo di persone che percepivano già da tempo l’indennità di disoccupazione.

Il programma è iniziato a marzo 2014. Durante il primo anno di attuazione, ogni settimana, i 14 uffici per l’impiego partecipanti allo studio hanno estratto a sorte i nomi delle persone che avrebbero ricevuto la formazione sulle competenze trasversali; gli altri nomi sono entrati a far parte del gruppo di controllo. L’estrazione a sorte (randomizzazione) ha permesso di comporre due gruppi con uguali caratteristiche di partenza.

Il trattamento somministrato alle persone selezionate consisteva nel (1) ricevere un servizio di coaching individuale, (2) partecipare a workshop terapeutici di gruppo, per un periodo che va da 2 fino a 7 mesi e (3) essere assistiti nella ricerca di lavoro da personale specializzato.

Gli effetti sulle competenze trasversali
A 12 e e a 18 mesi dalla randomizzazione è stata condotta un’indagine per verificare le differenze tra i due gruppi in termini di possesso di competenze trasversali. Si sono misurate cinque dimensioni rilevanti: (a) l’autostima, nel senso del valore che la persona si riconosce; (2) la fiducia della persona sulle proprie capacità di gestire situazioni complesse nel luogo di lavoro; (3) la fiducia della persona sulle proprie capacità di cercare un nuovo lavoro; (4) la fiducia della persona nelle proprie capacità di intraprendere azioni in una varia gamma di situazioni extra-lavorative; (5) la grinta intesa come perseveranza e passione nel raggiungere obiettivi a lungo termine.

In tutte le dimensioni considerate vi è stato un aumento significativo prodotto dalla partecipazione al programma, anche nelle persone già iscritte da tempo nelle liste di disoccupazione.

Gli effetti sull’occupazione e sulla dipendenza dal sistema di welfare
Dopo un anno dall’assegnazione al programma, il gruppo sperimentale mostra un tasso di occupazione del 41% contro il 33% registrato dal gruppo di controllo. L’effetto medio della formazione è un aumento dell’occupazione di 8 punti percentuali; ciò significa che la probabilità di trovare lavoro è aumentata, grazie alla formazione ricevuta, di circa il 24%(1).

Il programma ha anche ridotto la dipendenza dal sostegno al reddito di 11 punti percentuali. Una riduzione del 26%. Le stime effettuate dagli autori dello studio suggeriscono che il risparmio prodotto dal mancato pagamento dell’indennità di disoccupazione ha più che coperto i costi del programma sostenuti nel primo anno.

Si sottolinea come gli effetti del programma siano più marcati tra le persone che presentano una storia lavorativa più debole e con una minore probabilità di occupazione, come coloro che hanno abbandonato la scuola superiore e quelli con una storia più lunga di dipendenza dal sostegno al reddito.

Gli effetti ai tempi della pandemia
Si chiude con l’evidenza più rilevante e più sorprendente: l’impatto del programma di formazione sull’occupazione e sulla dipendenza dal sistema di welfare pubblico resta evidente anche nel lungo periodo, sei anni dopo la conclusione della formazione. Persino durante il periodo della pandemia le persone che avevano ricevuto la formazione sulle soft skills hanno mostrato una probabilità minore, rispetto al gruppo di controllo, di chiedere l’indennità di disoccupazione al sistema di welfare pubblico.

In conclusione
Lo studio conferma che investire nella formazione di “competenze trasversali” nelle persone alla ricerca di un lavoro serve e conviene. Soprattutto se le persone hanno una storia lavorativa fragile. Colpisce soprattutto l’entità degli effetti, molto vicina a quella identificata per la formazione di tipo tradizionale (hard skills).

Questo studio offre inoltre qualche spunto di riflessione per il caso italiano.

Viene infatti immediatamente da chiedersi per quali categorie di persone, in Italia, una formazione sulle soft skills potrebbe essere sufficiente a ricevere la spinta giusta all’inserimento sul mercato del lavoro (per poi magari imparare il mestiere on the job). Un’informazione di questo tipo permetterebbe certamente di migliorare il targeting dei partecipanti e forse anche di ridurre qualche spreco nell’offerta di lunghi corsi di formazione tecnica dalla scarsa efficacia.

In ogni caso sarebbe molto utile capire se un programma di formazione, del tipo realizzato in Israele, sia in grado di produrre o meno effetti simili anche nel contesto italiano. Ma per capirlo ci vorrebbe un esperimento!

Samuele Poy e Marco Sisti

Note
(1) Al lettore può non essere chiaro perché si parla di un aumento del 24%, quando poco sopra si fa riferimento ad 8 punti percentuali d’incremento nel tasso d’occupazione. La spiegazione è molto semplice. Il 24% è dato dal rapporto percentuale tra l’incremento registrato nella variabile risultato – che viene espresso nella misura utilizzata per rappresentare tale variabile (nel nostro caso la percentuale di occupati) – e il valore osservato nel gruppo di controllo. In pratica quel 24% è il frutto della seguente operazione: (8/33) per 100.
La confusione può nascere dal fatto che anche la variabile risultato è, in questo caso, espressa in termini percentuali. Se la variabile risultato misurasse qualcosa di diverso – ad esempio il reddito mensile – la comprensione di quei valori sarebbe più facile. Ad esempio, se avessimo osservato che il reddito mensile dei partecipanti al corso è aumentato in media di 200 euro e che il reddito mensile del gruppo di controllo è di 830 euro, avremmo potuto scrivere, senza timore di non essere capiti, che l’effetto della formazione è un aumento del 24% nel reddito mensile.


Riferimenti bibliografici
Schlosser A., Shanan Y., (2022), “Fostering Soft Skills in Active Labor Market Programs: Evidence from a Large-Scale RCT”, CEPR Discussion Paper No. 17055
Schlosser A., Shanan Y., “Fostering soft skills in active labour market programmes: Evidence from a large-scale randomised control trial”, voxeu.org, 9 giugno 2022