Questo post è un estratto dell’articolo di Gian Paolo Barbetta, docente di Politica economica alla Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica e componente del Comitato di redazione di Studi Randomizzati. L’articolo è stato pubblicato sulla rivista «Vita e Pensiero» e ripreso successivamente dal Sole24Ore.

L’uso dei social network in campo educativo sta crescendo anche perché si scommette su un loro possibile effetto positivo sull’apprendimento. Ad esempio, è stato promosso l’uso di Twitter per migliorare lo studio della letteratura: la piattaforma è utilizzata per leggere, commentare e riscrivere collettivamente alcune opere letterarie, con gli obiettivi di favorire la partecipazione diretta degli studenti ai processi di apprendimento, aumentare la loro soddisfazione, stimolare una scrittura concisa e approfondire la comprensione del testo.

Con alcuni colleghi abbiamo realizzato un esperimento randomizzato controllato volto a misurare l’efficacia del protocollo didattico ideato dalla organizzazione TwLetteratura. Il protocollo e i risultati completi dell’esperimento sono descritti dettagliatamente nell’articolo «Let’s tweet again?».

L’intervento sottoposto a valutazione sperimentale
Il metodo proposto da Twitteratura, introdotto in alcune scuole superiori italiane sin dal 2013-14, è stato da allora adottato da sempre più istituti e viene anche menzionato dal rapporto Promoting reading in the digital environment (2016) dell’Unione Europea come best practice per la lettura. Il metodo è semplice. L’organizzazione TwLetteratura sceglie un’opera letteraria, crea un hashtag specifico e stabilisce un calendario di lettura comune del testo (ad esempio un capitolo alla settimana).

Le scuole che aderiscono al progetto adottano il calendario di lettura comune. Quando un capitolo è stato letto, gli studenti sono incoraggiati a twittare citazioni e parafrasi, come pure i pensieri e le riflessioni suscitate dalla lettura, nonché a commentare quelli degli altri, sempre nel limite dei caratteri assegnati a un tweet e utilizzando l’hashtag comune. I membri dell’unità centrale sostengono e alimentano la discussione, mentre gli insegnanti svolgono i propri compiti abituali, leggendo il libro in classe con gli studenti, spiegandolo e suscitando riflessioni sul testo. Perciò, mentre gli studenti continuano a usufruire dell’insegnamento del proprio docente, possono anche godere dei benefici rappresentati dai contributi, sotto forma di tweet, di tutti gli altri studenti (e docenti) coinvolti nella discussione comune.

Funziona davvero? Facciamo un esperimento.
L’esperimento che abbiamo condotto ha coinvolto circa 1500 studenti di 70 scuole superiori italiane nell’anno scolastico 2016-17. Le scuole che hanno aderito al progetto sono state assegnate casualmente a un “gruppo di trattamento” e a un “gruppo di controllo”. Le prime hanno adottato il metodo proposto da Twitteratura per studiare e discutere il romanzo Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello. Il gruppo di controllo ha studiato lo stesso romanzo utilizzando metodi didattici tradizionali.

Al termine del periodo sperimentale, gli studenti dei due gruppi sono stati sottoposti a un test standardizzato di apprendimento volto a misurarne la capacità di lettura, memorizzazione e comprensione del libro.

Gli effetti dell’intervento
I risultati ci hanno molto sorpreso. Abbiamo infatti riscontrato che l’utilizzo del social network e del metodo Twitteratura danneggia in maniera rilevante e statisticamente significativa la conoscenza e la comprensione de Il fu Mattia Pascal da parte degli studenti. In media, gli studenti del gruppo di trattamento sbagliano cinque risposte (su cento) in più rispetto agli studenti del gruppo di controllo; il peggioramento ha la dimensione di un quarto di deviazione standard, un effetto piuttosto elevato, se confrontato con altri tipi di protocolli didattici. Inoltre, l’effetto del metodo è diverso per i differenti soggetti: in media sono danneggiati maggiormente proprio gli studenti migliori (le femmine e coloro che all’inizio dell’anno avevano risultati più alti in letteratura), mentre gli effetti sono più modesti sugli altri studenti.

Perchè è successo?
Si tratta, nel complesso, di risultati fortemente inattesi e certamente sorprendenti. I dati quantitativi sono importanti, ma non spiegano le ragioni di un risultato tanto avverso. Certamente le ragioni citate dalla letteratura possono essere richiamate per spiegare gli esiti infausti dell’intervento: lettura digitale e disattenta, distrazione rappresentata dalla disponibilità della rete e dai tweet ricevuti. Inoltre, si può immaginare che gli studenti abbiano preso una scorciatoia, incentivati a ciò dal metodo stesso. Si potrebbe infatti pensare che ricevere (e forse leggere) un numero estremamente elevato di tweet sul libro abbia dato agli studenti la falsa sensazione di averne appreso adeguatamente i contenuti, inducendoli a non leggere con la dovuta attenzione l’opera originale, un’attività faticosa. Un po’ quello che verificano molti docenti universitari quando distribuiscono le slide delle lezioni immaginando di fare un servizio agli studenti: in realtà, distribuire le slide rischia di ridurre il numero di studenti che legge la bibliografia consigliata. Alla luce di queste evidenze, certo ancora provvisorie e che necessitano di ulteriori verifiche, le preoccupazioni sulla diffusione dei social network come strumenti didattici appaiono assai fondate.

Gian Paolo Barbetta