Negli ultimi decenni, in tutte le società occidentali, prodotti e servizi finanziari si sono diffusi sempre più capillarmente. Si pensi, solo per fare alcuni esempi, al tema del credito al consumo, ai fondi pensione o al mondo delle assicurazioni. In questo processo, la responsabilità individuale nel prendere decisioni finanziarie, che spesso hanno conseguenze di lungo termine, è progressivamente aumentata, e con questa anche il rischio di fare scelte sbagliate.
Non tutti hanno le stesse capacità di accedere e utilizzare consapevolmente gli strumenti finanziari esistenti. Esistono ostacoli di varia natura che vanno dalla complessità di alcuni meccanismi agli elevati costi di accesso. Lavorare a favore di una maggiore inclusione finanziaria di tutti – a cominciare dai soggetti economicamente più fragili – significa innanzitutto tentare di rimuovere tali ostacoli. Ma come farlo in concreto?
Il mese dell’educazione finanziaria
Uno dei modi possibili è aumentare i livelli di alfabetizzazione della popolazione sui temi legati alla gestione delle risorse finanziarie. Negli ultimi anni la maggior parte dei Paesi membri dell’OCSE ha messo in campo diversi programmi educativi che hanno questo obiettivo. La domanda che si pongono – o che dovrebbero porsi – i promotori di tali programmi è sempre la solita: siamo sicuri che funzionino davvero?
La quinta edizione del mese dell’educazione finanziaria, che si celebra in Italia in ottobre, è una buona occasione per fare il punto della situazione sulle risposte disponibili a questa domanda. Lo facciamo prendendo a riferimento due recenti articoli che passano in rassegna i risultati della ricerca sperimentale condotta sull’argomento.
Gli effetti (positivi) dei corsi di alfabetizzazione finanziaria
Il primo articolo è una meta-analisi basata su 76 studi randomizzati (di cui 6 condotti in Italia) sull’efficacia di programmi di alfabetizzazione finanziaria. L’articolo dimostra che questi programmi hanno effetti positivi e piuttosto rilevanti sull’alfabetizzazione finanziaria. Riescono cioè nel loro intento di trasferire ai partecipanti importanti conoscenze in ambito finanziario.
Lo studio identifica anche effetti positivi – sebbene più contenuti – sui reali comportamenti finanziari delle persone. Incidono in modo virtuoso su diverse dimensioni: la propensione al risparmio, la pianificazione di spese e investimenti, la gestione attenta delle proprie risorse.
Tuttavia, non si sa molto su quali specifici tipi di interventi formativi siano più promettenti e in che misura gli effetti riscontrati persistano nel tempo.
E’ sufficiente investire in programmi educativi per promuovere l’inclusione finanziaria delle persone più vulnerabili?
Un altro aspetto di interesse che emerge dall’articolo è che non esistono effetti eterogenei di rilievo in base al reddito dei partecipanti, cioè i programmi sembrano funzionare sostanzialmente allo stesso modo per soggetti a basso o alto reddito. Questo, tuttavia, non ci consente di affermare che i programmi di alfabetizzazione finanziaria siano una risposta sufficiente a garantire un’effettiva inclusione finanziaria dei soggetti con redditi più bassi, che rimangono spesso esclusi da molti servizi finanziari e dai benefici che da questi potrebbero ricevere.
E’ qui che entra in gioco il concetto di financial capability, intesa come la capacità dei singoli di adottare comportamenti volti a massimizzare il loro benessere finanziario. Secondo questo approccio, l’inclusione finanziaria non passa solo dal possedere delle buone competenze finanziarie, ma anche dall’avere effettivamente accesso ai diversi strumenti finanziari e dalla concreta capacità di utilizzarli.
Una seconda rassegna analizza 24 studi – di cui 17 sono esperimenti randomizzati – che valutano gli effetti di interventi volti a rafforzare la financial capability delle persone, ossia interventi che combinano corsi di educazione finanziaria con la fornitura di prodotti o servizi finanziari (tipicamente conti di risparmio e piani pensionistici).
Purtroppo, il messaggio principale di questo secondo articolo è che sono troppo pochi gli studi che analizzano gli effetti di interventi simili su variabili risultato (outcome) comparabili. Questo rende impossibile agli autori realizzare una vera meta-analisi.
Per di più, sebbene la maggior parte degli studi siano esperimenti randomizzati, con assegnazione casuale dei partecipanti al gruppo dei trattati e al gruppo di controllo, molti di essi, secondo gli autori, presentano importanti carenze metodologiche che minano la robustezza dei risultati.
Nel complesso l’evidenza empirica sull’efficacia di interventi di financial capability è dunque molto debole e impedisce di produrre solide conclusioni circa l’efficacia di questo tipo di interventi.
Conclusioni
La ricerca dimostra in modo inequivocabile che i programmi di alfabetizzazione finanziaria sono utili per aumentare le competenze e migliorare i comportamenti finanziari dei beneficiari. Questo è un bene sia per gli individui che partecipano ai corsi, sia per la società in cui questi individui vivono.
Tuttavia, l’istruzione finanziaria non sempre è sufficiente a garantire l’inclusione finanziaria, soprattutto delle persone più vulnerabili. Sull’efficacia di interventi di “financial capability” – ossia interventi che, oltre all’alfabetizzazione finanziaria, si pongono anche l’obiettivo di favorire l’accesso a particolari strumenti e servizi finanziari a persone che ne sarebbero altrimenti escluse – si sa ancora poco o niente.
Per queste ragioni ci pare ancora necessario investire in programmi di alfabetizzazione finanziaria e nella valutazione di interventi innovativi di inclusione finanziaria. Questo vale a maggior ragione in un Paese come l’Italia, dove le competenze finanziarie dei cittadini sono drammaticamente basse e le disuguaglianze nella distribuzione di ricchezza sono in crescita.