Gli ictus sono eventi tanto frequenti quanto letali. Frequenti perché solo in Italia se ne contano tra 150.000 e 200.000 all’anno. Nel mondo sono circa 15 milioni, un numero destinato a crescere. Letali perché conducono alla morte in un caso su tre. Quando non si muore, è assai probabile restare con una disabilità. Tanto che in Italia l’ictus è al primo posto in Italia tra le cause di disabilità, al secondo tra le cause di morte.

Ma cos’è esattamente un ictus?
L’ictus è un’interruzione dell’afflusso di sangue al cervello, per via di un’ostruzione dei vasi (ischemia) o di un’emorragia. La mancanza di sangue causa il rapido deterioramento delle cellule cerebrali e di conseguenza delle funzioni vitali. Il rischio di ictus, crescente con l’età, dipende dalla predisposizione individuale e da una serie di fattori modificabili, riconducibili agli stili di vita delle persone. Il comportamento individuale – ovvero non fumare, non bere alcolici, fare attività sportiva, seguire una dieta sana ed equilibrata, tenere sotto controllo pressione e peso – è fondamentale per prevenire l’insorgere di un ictus. É su questi aspetti che vogliono incidere molte campagne informative che, per contenuti e strategia, sono assimilabili a quelle relative ad altre patologie.

Ma queste non sono le uniche campagne realizzate.

Le campagne FAST
Altre campagne informative mirano a modificare il comportamento dei cittadini una volta che l’ictus è avvenuto. La capacità di riconoscere un ictus e di agire tempestivamente è determinante per aumentare le probabilità di sopravvivenza e di guarigione. In tanti casi l’ictus è potenzialmente curabile, ma bisogna intervenire molto in fretta. Le ischemie, che sono l’80% del totale, possono essere curate con la trombolisi, un’iniezione – effettuata nelle stroke unit che si trovano in alcuni ospedali – che disgrega l’occlusione e riapre il flusso di sangue nel vaso bloccato. Ma il deterioramento cerebrale è talmente veloce che la cura è utile solo se somministrata entro 4 ore. Di fatto il trattamento è somministrato a un numero molto esiguo di vittime. Tra le ragioni vi è proprio il comportamento dei cittadini: non riconoscono i sintomi oppure non chiamano un’ambulanza – se si va in auto in ospedale non si preallerta la struttura e si deve affrontare l’imbuto del pronto soccorso – col risultato che l’arrivo a una stroke unit è irrimediabilmente ritardato. Per questo motivo molte campagne informative mirano a creare la consapevolezza che manca.

Tra le campagne che mirano a creare consapevolezza sono famose le FAST. Utilizzate in tutto il mondo, esse trasmettono un messaggio scarno e mirato che serve a imprimere in mente le informazioni essenziali per reagire bene e presto di fronte a un ictus. L’acronimo FAST richiama i tre principali sintomi (Face, Arm, Speech, cioè la paralisi facciale, la difficoltà ad alzare un braccio e la difficoltà di parola) e la necessità di intervenire in fretta chiamando l’ambulanza (Time).

La campagna funziona? Una sperimentazione in Lombardia
Nel 2013 il Consiglio regionale dalla Lombardia ha deciso di realizzare una campagna sullo stile FAST nei comuni medio-piccoli della regione. Il target è composto dalle famiglie in cui ci sia almeno una persona over 65 (i soggetti a maggiore rischio). Lo strumento utilizzato è una lettera inviata per posta ordinaria. Come da strategia comunicativa, le informazioni sono poche e poco dispersive; si fissano sui tre sintomi e sul bisogno di chiamare subito un’ambulanza. La campagna è accompagnata da una valutazione degli effetti, condotta con metodo sperimentale, per verificare l’efficacia della lettera sulla consapevolezza dei cittadini e sugli esiti in caso di ictus. Individuate circa 200 aree di interesse, (codici CAP) queste sono divise casualmente in due gruppi, uno trattato (invio della lettera alle famiglie), l’altro di controllo. In entrambi i gruppi ci sono circa 100.000 famiglie con almeno un over65. La selezione casuale a livello di aree, e non di famiglie, serve a ridurre la contaminazione dei controlli (trasmissione del messaggio da famiglia a famiglia).

Per ulteriori dettagli sull’esperimento si può leggere una sintesi dello studio sul portale IPSEE.

I risultati della valutazione
Nell’anno successivo si verificano gli esiti della campagna. A qualche settimana di distanza dalla campagna si intervistano due campioni di famiglie, trattate e di controllo, per verificare gli effetti sulla conoscenza della sintomatologia e di ciò che occorre fare in caso di ictus. Successivamente, ad un anno di distanza, si valutano gli effetti sulle modalità e sui tempi di reazione in caso di ictus, mettendo a confronto le due aree interessate dalla campagna con quelle escluse. Infine, si cerca di identificare gli effetti sui trattamenti terapeutici adottati e sul tasso di mortalità.

Sul primo fronte si evidenziano effetti notevoli: le famiglie in grado di riconoscere i sintomi e che sanno come agire sono aumentate del 30% grazie alla campagna informativa. Va detto che il miglioramento riguarda soprattutto la conoscenza dei sintomi, mentre meno evidente è una maggiore propensione a chiamare l’ambulanza invece di prendere l’auto.

Sul secondo fronte i risultati sono in chiaroscuro: le vittime di ictus nelle aree trattate mostrano una velocizzazione degli arrivi in ospedale e una maggiore probabilità di arrivare entro quattro ore, ma esclusivamente per chi ha scelto di andarvi in auto.

La probabilità di ricevere la trombolisi invece non aumenta e il rischio di decesso nel breve periodo resta sostanzialmente lo stesso.

I risultati suggeriscono il successo ottenuto nell’informare e a reagire in fretta in caso di ictus, meno nel convincere a chiamare l’ambulanza invece che a fare in proprio. La totale assenza di effetti sulle cure e sui decessi fa emergere il potenziale ruolo dei ritardi intra-ospedalieri. Essi da un lato possono essere addebitati agli arrivi in auto invece che in ambulanza – e implicano di riflettere su nuove strategie per convincere la gente a chiedere soccorso col 118 – dall’altro si possono addebitare a fisiologici ritardi interni alle strutture ospedaliere, la cui soluzione passa per interventi organizzativi di diversa natura.

Luca Mo Costabella