L’uso dell’evidenza empirica per orientare le decisioni pubbliche è un tema sempre più centrale nel dibattito europeo. Lo conferma una recente iniziativa promossa dalla Commissione Europea, volta a rafforzare la cultura dell’evidence-based policy e l’impiego della sperimentazione controllata per valutare gli effetti degli interventi pubblici. Nell’ambito di questa iniziativa è in corso di realizzazione un’indagine per capire come le politiche per la ricerca e l’innovazione possano diventare sempre più efficaci e orientate ai risultati. Il questionario è compilabile fino al 24 ottobre 2025. Ne parliamo con James Phipps, vice direttore dell’Innovation Growth Lab (IGL), che collabora con la Commissione proprio su questo fronte.
James, puoi raccontarci qualcosa di più sull’indagine in corso?
Questa indagine è parte di un’iniziativa guidata dalla Direzione Generale Ricerca e Innovazione (DG-RTD) della Commissione Europea, realizzata in collaborazione con Technopolis Group e l’Innovation Growth Lab. L’obiettivo principale è capire come fornire un supporto più efficace ai decisori pubblici e ai professionisti che operano nel campo della ricerca e dell’innovazione in tutta Europa. L’iniziativa nasce dalla crescente richiesta della Commissione di adottare approcci più agili e basati sull’evidenza nella definizione delle politiche. L’indagine analizza il panorama attuale: quali pratiche vengono utilizzate per valutare nuove idee, quali ostacoli incontrano i professionisti e quali tipi di supporto risultano più utili.
I risultati preliminari mostrano un dato interessante: sebbene gli esperti siano fortemente motivati a usare dati e valutazioni empiriche, si scontrano spesso con barriere come la mancanza di tempo, risorse o accesso ai dati. Le evidenze raccolte offriranno alla Commissione Europea elementi concreti per colmare questo divario tra ambizione e realtà, aiutando a costruire una cultura della sperimentazione strutturata e sostenuta. In ultima analisi, questo porterà a politiche di ricerca e innovazione più efficaci e con un impatto reale sull’ecosistema europeo.
Puoi spiegarci come nasce l’iniziativa della Commissione Europea e da cosa è ispirata?
L’iniziativa fa parte di un programma più ampio della Direzione Generale Ricerca e Innovazione volto a integrare la sperimentazione all’interno del processo di policy-making europeo. Questo lavoro comprende una mappatura delle esperienze esistenti, una revisione delle evidenze sui fattori che facilitano o ostacolano la sperimentazione nelle politiche pubbliche e un’analisi di come questi approcci possano essere applicati alle Missioni Europee, per raggiungere obiettivi concreti coinvolgendo attivamente i cittadini.
Un passo importante di questo percorso è stato un sondaggio realizzato nel 2023 con oltre 4.600 cittadini di sei Paesi europei (Finlandia, Francia, Irlanda, Italia, Polonia e Romania). I risultati hanno mostrato un forte desiderio di partecipazione: due cittadini su tre ritengono molto o estremamente importante essere coinvolti nella risoluzione delle grandi sfide sociali europee.
All’interno di quell’indagine abbiamo anche sperimentato diversi approcci per capire come le persone reagiscono al concetto stesso di sperimentazione nelle politiche pubbliche. Il risultato è stato sorprendente: l’idea di “testare” le politiche prima della loro adozione è più accettata – e apprezzata – di quanto ci si aspettasse.
Dopo aver verificato che i cittadini sono pronti ad abbracciare la sperimentazione, con questa nuova indagine ci concentriamo ora sui professionisti: i policymaker e le agenzie per l’innovazione, per comprendere meglio il loro punto di vista, le sfide che affrontano e i bisogni di supporto operativo.
In base alla vostra esperienza, puoi farci qualche esempio concreto di utilizzo dei metodi sperimentali, come gli studi randomizzati, in diversi Paesi?
Negli ultimi anni abbiamo visto una crescita costante dell’uso di metodi sperimentali, come i Randomised Controlled Trials (RCTs), anche al di fuori del contesto accademico, per informare le decisioni pubbliche.
Un esempio emblematico è il Business Basics Programme del Regno Unito, un grande fondo sperimentale che abbiamo gestito insieme al governo britannico. Il programma invitava enti pubblici, università, amministrazioni locali e organizzazioni private a testare diverse modalità di sostegno alle imprese, per favorire l’adozione di nuove tecnologie e pratiche manageriali. Dei progetti finanziati, 17 sono stati realizzati come veri e propri RCTs, pensati per generare evidenze robuste sull’efficacia delle misure testate. Altri 15 erano invece progetti pilota “proof of concept”, utili a esplorare idee ancora in fase iniziale.
Un’iniziativa analoga è stata condotta anche dalla Commissione Europea con il programma INNOSUP-06-2018, che ha sostenuto tredici agenzie per l’innovazione di diversi Paesi europei nel testare interventi sperimentali. Entrambi i programmi hanno prodotto una grande quantità di evidenze pratiche, fondamentali per progettare politiche più mirate.
Più di recente, nel Regno Unito è stato avviato il Metascience Unit, un’unità dedicata ad applicare il metodo scientifico alla scienza stessa: l’obiettivo è capire come migliorare i meccanismi di finanziamento, gestione e valutazione della ricerca. Si tratta di un’evoluzione importante, che apre la strada a nuove applicazioni del metodo sperimentale anche in ambiti complessi come il trasferimento tecnologico o la valorizzazione dei risultati della ricerca.
La ricerca avviata dalla Commissione Europea mette in luce un’esigenza ormai condivisa: capire come le evidenze valutative possano essere realmente integrate nei processi decisionali pubblici e quali barriere ne ostacolino l’uso.
Anche in Italia cresce l’interesse verso questo questo tema. Lo dimostrano iniziative come IPSEE, il primo portate italiano dedicato alla raccolta di evidenze empiriche sull’efficacia delle politiche. O come il progetto Policy Aid, che mira a sperimentare come l’intelligenza artificiale possa facilitare la produzione di sintesi di evidenza empirica a supporto alle decisioni pubbliche e che include anche un questionario rivolto a decisori pubblici a cui hanno risposto 800 tra amministratori e decisori di varie aree del paese.
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Nota: l’intervista è stata condotta in lingua inglese. La traduzione è a cura della redazione di Studi Randomizzati.